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Ghiaccio marino antartico ai minimi recenti: perché il cambiamento conta

Fisica   16 Ottobre 2026 · Fabrice Deseaux
Ghiaccio marino antartico ai minimi recenti: perché il cambiamento conta

Il ghiaccio marino antartico ha raggiunto negli ultimi anni estensioni invernali eccezionalmente basse, dopo decenni caratterizzati da variazioni più complesse. Il dato è importante, ma non dimostra da solo un cambiamento irreversibile.

Che cosa misura davvero il record

Con l’espressione “ghiaccio marino” si indica l’acqua dell’oceano congelata, non la calotta glaciale che ricopre il continente. La sua estensione viene stimata soprattutto dai satelliti, che rilevano la superficie oceanica con una concentrazione di ghiaccio superiore a una soglia prestabilita, spesso intorno al 15%.

Il massimo annuale antartico si verifica normalmente alla fine dell’inverno australe, tra settembre e ottobre, mentre il minimo arriva verso febbraio o marzo. Il confronto tra anni diversi deve quindi tenere conto della data esatta della misura, dell’algoritmo utilizzato e della serie satellitare considerata.

Lo spunto disponibile attribuisce al 2026 il terzo massimo invernale più basso della serie recente. Tuttavia, la data indicata è futura rispetto a molte cronologie scientifiche consolidate e il dato non può essere trattato come verificato senza un bollettino ufficiale e una definizione precisa della serie di riferimento. Il punto generale, però, è documentato: dal 2016 l’estensione del ghiaccio marino antartico ha mostrato valori insolitamente ridotti, con minimi notevoli nel 2023 e nel 2024.

Perché l’Antartide non segue l’Artico

È facile pensare che il ghiaccio marino dei due poli debba comportarsi nello stesso modo. In realtà l’Artico è un oceano circondato da continenti, mentre l’Antartide è un continente circondato dall’Oceano Meridionale. La geometria dei bacini, i venti occidentali, le correnti e la distribuzione delle terre emerse producono risposte molto diverse.

Il ghiaccio antartico cresce soprattutto quando l’acqua superficiale congela durante la lunga notte polare. I venti possono allontanare il ghiaccio dalla costa, aprendo aree di acqua libera che favoriscono un ulteriore congelamento; in altri casi lo spingono e lo concentrano. Anche la neve depositata sulla superficie modifica l’isolamento termico e il bilancio energetico.

Un confronto utile è offerto dall’articolo interno dedicato alla trasformazione del ghiaccio marino artico: il principio fisico è comune, ma il contesto climatico e oceanografico dei due poli non è intercambiabile.

Il ruolo dell’oceano sotto il ghiaccio

Una delle ipotesi più studiate riguarda l’apporto di calore dall’Oceano Meridionale. Acque relativamente calde possono raggiungere la piattaforma continentale e ridurre la crescita del ghiaccio dal basso o ritardarne la formazione. Non serve che l’intera superficie oceanica aumenti molto di temperatura: sono sufficienti cambiamenti regionali nella circolazione e nel mescolamento verticale.

Anche la salinità è rilevante. Quando l’acqua marina congela, la maggior parte dei sali resta nell’acqua liquida, rendendola più densa. Questa espulsione di sale, chiamata salamoia di rigetto, influenza la convezione e la stratificazione dell’oceano. Se arrivano più acqua dolce da fusione glaciale o precipitazioni, la superficie può diventare più stabile e isolare diversamente gli strati profondi.

Il sistema è quindi il risultato di interazioni tra atmosfera, ghiaccio e oceano, non di una singola variabile. Per questo i modelli climatici e le osservazioni devono essere confrontati su periodi abbastanza lunghi.

Un singolo inverno non basta

Un’estensione bassa può dipendere in parte da condizioni atmosferiche persistenti, come venti anomali, tempeste e variazioni nella pressione. Alcuni di questi fattori sono collegati a oscillazioni naturali dell’atmosfera e dell’oceano, tra cui l’El Niño–Oscillazione Meridionale e la modalità anulare australe.

Questo non significa che il riscaldamento globale sia irrilevante. Significa che il segnale climatico emerge dalla media di molti anni e dal confronto con simulazioni e misure indipendenti. Dopo il 2016, la sequenza di valori bassi ha spinto numerosi gruppi di ricerca a verificare se il sistema stia entrando in una fase diversa o se si tratti di una combinazione particolarmente persistente di variabilità naturale e cambiamento antropico.

Perché il ghiaccio marino interessa tutti

Il ghiaccio marino non contribuisce direttamente all’innalzamento del mare quando fonde, perché galleggia già nell’acqua. Tuttavia, la sua presenza modifica il clima. La superficie bianca riflette una parte rilevante della radiazione solare; l’oceano scuro, invece, ne assorbe di più. Questo meccanismo, chiamato albedo, può amplificare il riscaldamento locale.

Il ghiaccio regola inoltre gli scambi di calore e umidità tra oceano e atmosfera e offre habitat essenziali per alghe, krill, pesci, pinguini e foche. Un cambiamento nella durata e nella posizione della copertura può alterare la disponibilità di cibo e la tempistica riproduttiva di diverse specie.

Gli effetti più diretti sull’innalzamento del livello del mare riguardano invece la perdita di ghiaccio terrestre: calotte e ghiacciai che scivolano nell’oceano aggiungono acqua al sistema. Il ghiaccio marino può comunque influenzare le piattaforme galleggianti e le condizioni oceaniche che ne condizionano la stabilità.

Come leggere i prossimi dati

Per capire se la riduzione rappresenti una nuova tendenza serviranno serie satellitari omogenee, misure sul campo e analisi regionali. È importante distinguere l’estensione dalla concentrazione, dallo spessore e dal volume: una superficie apparentemente simile può contenere ghiaccio più giovane e sottile.

Le informazioni saranno più solide quando diversi osservatori indipendenti convergeranno sugli stessi risultati. Per il monitoraggio generale del clima e dei poli sono utili le risorse istituzionali di NASA e NOAA, mentre la IPCC raccoglie valutazioni scientifiche sul cambiamento climatico.

La conclusione più prudente è duplice: l’anomalia del ghiaccio marino antartico è abbastanza rilevante da richiedere nuove indagini, ma il significato climatico di un singolo massimo annuale si può stabilire soltanto inserendolo in una serie lunga, verificata e accompagnata da dati sull’oceano e sull’atmosfera.

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