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L’Europa antica non era tutta foresta: il ruolo di praterie e grandi erbivori

Fisica   8 Novembre 2026 · Fabrice Deseaux
L’Europa antica non era tutta foresta: il ruolo di praterie e grandi erbivori
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Per gran parte della sua storia, l’Europa potrebbe non essere stata coperta da foreste continue. In molte regioni si alternavano boschi radi, praterie e radure mantenute anche dai grandi erbivori.

Questa ricostruzione non significa che le foreste fossero rare o artificiali. Indica piuttosto che il paesaggio europeo è cambiato più volte e che, in passato, poteva esistere un mosaico molto più vario di ambienti. La distinzione è importante perché influenza il modo in cui oggi si progettano riforestazione, tutela della biodiversità e gestione del territorio.

Come si ricostruisce un paesaggio scomparso

Gli scienziati non possono osservare direttamente la vegetazione di milioni di anni fa. Ricavano però informazioni da diverse tracce geologiche e biologiche, che devono essere interpretate insieme.

I granuli di polline conservati nei sedimenti indicano quali piante vivevano in una determinata area. Il polline degli alberi può segnalare la presenza di boschi, mentre quello delle graminacee e di altre piante erbacee suggerisce ambienti più aperti. La distribuzione dei pollini, tuttavia, dipende anche dal vento, dalla distanza dalla pianta e dalla capacità di conservazione nel sedimento.

Un secondo indizio arriva dai fitoliti, minuscole strutture di silice prodotte da alcune piante, e dai resti di foglie, semi e legno. Anche i suoli fossili possono conservare segnali della vegetazione: la quantità di materia organica, la struttura degli orizzonti e alcuni rapporti isotopici aiutano a distinguere praterie, savane temperate e aree boscate.

A queste prove si aggiungono i fossili degli animali. La presenza di grandi erbivori, come proboscidati, rinoceronti e grandi bovidi, non dimostra da sola l’esistenza di paesaggi aperti, ma può rafforzare questa interpretazione quando coincide con altri dati.

Foresta, bosco rado o prateria?

Il termine “foresta” può trarre in inganno. Non esiste soltanto un’alternativa tra territorio completamente alberato e territorio privo di alberi. Tra questi estremi si trovano boschi radi, radure, boscaglie, pascoli e ambienti in cui la copertura vegetale varia nel tempo.

La disponibilità d’acqua, il tipo di suolo e il clima stabiliscono quali specie possono crescere. Ma contano anche gli incendi naturali, le inondazioni, le frane e il pascolamento. Un branco di grandi erbivori può spezzare rami, consumare giovani alberi e mantenere aperte alcune aree. Gli effetti non sono uniformi: vicino ai corsi d’acqua la vegetazione può rimanere più densa, mentre su suoli poveri o soggetti a disturbo prevalgono le piante erbacee.

Per questo un paesaggio antico poteva apparire come un insieme di ambienti collegati: macchie alberate, prati ricchi di fiori, zone umide e corridoi ripariali. Questa varietà, chiamata spesso mosaico paesaggistico, offre nicchie differenti a insetti, uccelli, mammiferi e microrganismi del suolo.

Che cosa cambia per la riforestazione

La riforestazione resta uno strumento importante contro l’erosione, per il miglioramento del microclima e, in determinate condizioni, per l’assorbimento dell’anidride carbonica. Piantare alberi ovunque, però, non è automaticamente la scelta più utile per la biodiversità.

Una piantagione uniforme di alberi della stessa specie non equivale a una foresta naturale. Può offrire meno habitat, modificare il bilancio idrico e aumentare il rischio che incendi, parassiti o malattie si diffondano rapidamente. Anche una foresta ecologicamente ricca può essere inappropriata se sostituisce una prateria antica, una brughiera o una zona umida di grande valore.

La decisione dovrebbe quindi partire dalla storia ecologica del luogo. In una valle un tempo occupata da boschi ripariali, proteggere e ampliare la vegetazione arborea può essere sensato. In una pianura dove per secoli si sono mantenuti prati seminaturali, la conservazione degli spazi aperti può avere una priorità comparabile.

Le linee guida europee sulla biodiversità sottolineano infatti l’importanza di proteggere habitat diversi, non soltanto di aumentare il numero complessivo degli alberi. Informazioni e documenti istituzionali sono disponibili sul portale della Commissione europea dedicato a natura e biodiversità.

Il ruolo dei grandi erbivori

Gli animali che modificano fisicamente l’ambiente sono definiti ingegneri dell’ecosistema. I grandi erbivori possono creare sentieri, abbassare la vegetazione, aprire radure e trasportare semi. In questo modo influenzano la distribuzione delle piante anche senza cambiare direttamente la composizione del suolo.

Non è però corretto attribuire ogni paesaggio aperto al pascolo. Il clima, gli incendi e le variazioni del livello dell’acqua possono produrre effetti simili. Inoltre, l’azione degli erbivori dipende dalla loro densità: pochi animali possono aumentare la diversità strutturale, mentre un numero eccessivo può impoverire la vegetazione e favorire il degrado.

La gestione contemporanea deve quindi evitare semplificazioni. Reintrodurre grandi erbivori, quando legalmente e logisticamente possibile, richiede valutazioni su disponibilità di cibo, recinzioni, malattie, sicurezza e conflitti con agricoltura e allevamento.

Perché il passato non offre una ricetta

La storia ecologica non indica un unico stato “naturale” valido per tutta l’Europa. Il continente ha attraversato oscillazioni climatiche, migrazioni di specie e trasformazioni causate dagli esseri umani. Inoltre, i dati fossili sono più abbondanti in alcune regioni che in altre e raramente permettono di ricostruire ogni dettaglio locale.

Le ricostruzioni devono dunque combinare paleobotanica, zoologia, geologia, climatologia ed ecologia del paesaggio. Anche quando più indizi concordano, rimangono margini di incertezza sulla densità degli alberi, sulla durata delle praterie e sull’intensità del pascolo.

Il risultato più solido non è l’idea di un’Europa senza foreste, ma quella di un continente storicamente eterogeneo. Per proteggere la biodiversità non basta chiedersi quanti alberi piantare: occorre capire quale habitat esisteva, quali specie dipendono ancora da esso e come mantenere un paesaggio diversificato. Una sintesi generale sul rapporto tra foreste, biodiversità e cambiamenti ambientali è disponibile sul sito di Nature dedicato all’ecologia forestale. Per il contesto scientifico sui cambiamenti della vegetazione nel Quaternario si può consultare anche la homepage della Royal Society of Chemistry, utile per gli aspetti geochimici delle ricostruzioni ambientali.

La lezione pratica è semplice: restaurare la natura non significa applicare lo stesso modello ovunque. In alcuni luoghi servono alberi maturi e continuità forestale; in altri, praterie, radure e boschi radi possono essere la scelta più coerente con la storia del territorio.

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