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Instagram: perché il suo algoritmo suggerisce contenuti violenti e sensibili nei reel?

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Aumento di Contenuti Disturbanti

Diversi utenti di Instagram hanno segnalato un incremento preoccupante di contenuti sulla piattaforma, inclusi reel con scene di risse, incidenti e violenza sugli animali. Questi contenuti sono stati visualizzati anche da chi ha attivato le impostazioni per limitare i contenuti Not Safe For Work (NSFW), segnalando un problema significativo nella moderazione.

Scuse di Meta

Meta, la società madre di Instagram, ha confermato il problema e si è scusata con gli utenti per l’incidente, spiegando che si è trattato di un errore tecnico che è stato successivamente risolto. Nonostante ciò, molti utenti continuano a esprimere preoccupazione per la presenza di tali contenuti nella loro esperienza quotidiana sulla piattaforma.

Modifiche alla Moderazione

L’episodio si verifica in un contesto di recente cambiamento nelle politiche di moderazione di Meta, che ha deciso di dare maggiore visibilità a contenuti precedentemente declassati dai sistemi automatizzati. nuova strategia potrebbe aver contribuito all’aumento di contenuti disturbanti, alimentando ulteriormente le preoccupazioni degli utenti riguardo alla sicurezza e all’integrità della piattaforma.

L’algoritmo di Instagram suggerisce contenuti sensibili e violenti nei reel: le possibili cause

Diversi utenti di Instagram hanno segnalato un aumento repentino di contenuti disturbanti sulla piattaforma, in particolare reel con scene violente come risse, incidenti, violenza su animali, tutto censura anche per gli utenti che hanno scelto di limitare i contenuti che rientrano nella categoria Not Safe For Work (NSFW). In queste ore Meta, la società che si occupa dello sviluppo del social network, ha difatti confermato la cosa scusandosi per l’accaduto. Gli utenti di Instagram hanno segnalato in modo particolare un aumento improvviso di contenuti violenti e disturbanti nel feed relativo ai reel (i video di pochi secondi che compaiono “scrollando” lo schermo), anche quando il livello di protezione era stato impostato nel “Controllo dei contenuti ” dell’app. Meta ha dichiarato che si è trattato di un errore tecnico, prontamente corretto.

Questo episodio, però, arriva in un momento particolare: l’azienda ha recentemente modificato il modo in cui modera i contenuti, dando maggiore visibilità a post in precedenza declassati dai sistemi automatizzati. Questa modifica è…

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Il latte senza lattosio è davvero privo di lattosio? Non del tutto, ma non c’è da allarmarsi.

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Latte senza lattosio e intolleranza

Il è una scelta comune per le persone intolleranti, poiché risulta più digeribile. Il lattosio, il principale zucchero presente nel latte, è composto da glucosio e galattosio, che devono essere scomposti dall’enzima lattasi. Tuttavia, molti individui, circa il 40-50% della popolazione italiana, presentano un deficit di lattasi, portando a difficoltà nella digestione del lattosio e varie problematiche intestinali.

Ricerca di prodotti senza lattosio

Con l’aumento delle intolleranze, molti consumatori cercano prodotti con la dicitura "senza lattosio", come latte, yogurt e formaggi. È importante notare che, sebbene queste etichette siano diffuse, i metodi industriali per la produzione di latte senza lattosio non garantiscono l’assenza totale di questo zucchero. il Ministero della Salute, per essere considerato "senza lattosio", un prodotto deve contenere meno dello 0,1% di lattosio, mentre per "a ridotto contenuto di lattosio" la soglia è leggermente più alta.

Considerazioni finali

Pertanto, le persone intolleranti al lattosio devono prestare attenzione alle etichette e considerare le quantità residue di lattosio prodotti che consumano.

Il latte senza lattosio è veramente senza lattosio? Non proprio, ma non c’è da preoccuparsi

Il latte senza lattosio viene scelto dalle persone intolleranti al lattosio per la sua digeribilità. Il lattosio è lo zucchero più abbondante nel latte ed è costituito da due zuccheri più semplici, il glucosio e il galattosio, legati tra loro. Normalmente, per digerirlo occorre un enzima, detto lattasi, che “spezza” il lattosio nei suoi zuccheri componenti. Le persone intolleranti al lattosio (solo in Italia parliamo del 40-50% della popolazione) hanno un deficit di questo enzima e per questo possono avere problemi di malassorbimento del lattosio, con disagi a livello intestinale. Ecco quindi che sempre più persone sono alla ricerca della dicitura “senza lattosio” sul prodotto che acquistano al supermercato, che sia formaggio, yogurt o anche un semplice cartone di latte. Ma i prodotti senza lattosio sono veramente senza lattosio? In realtà non del tutto. I metodi industriali per realizzare prodotti senza lattosio non garantiscono l’eliminazione totale di questo zucchero: secondo il Ministero della Salute, per definirsi “senza lattosio” o “a ridotto contenuto di lattosio”, il latte deve contenere rispettivamente meno dello 0,1% e…

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Claude 3.7 Sonnet: il nuovo AI di Anthropic con ragionamento “ibrido”; cosa implica questa innovazione?

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Claude 3.7 Sonnet: Un’Evoluzione nell’Intelligenza Artificiale

3.7 è l’ultimo modello di intelligenza artificiale creato da , rappresentando un notevole passo avanti ai suoi predecessori. La sua innovazione principale è il ragionamento "ibrido", che consente al modello di passare da risposte rapide a analisi più approfondite, a seconda del contesto. Tale flessibilità lo rende particolarmente efficace in materie complesse come matematica e programmazione.

Personalizzazione e Accessibilità

Gli utenti possono interagire con il modello attraverso un’API, che offre la possibilità di personalizzare il tempo di elaborazione per ottimizzare il bilanciamento tra velocità e qualità delle risposte. Claude 3.7 Sonnet è accessibile su diversi piani, tra cui Free, Pro, Team ed Enterprise, nonché su piattaforme come Anthropic API, Amazon Bedrock e Google Cloud Vertex AI.

Limitazioni

Tuttavia, è importante notare che la modalità di pensiero estesa, in cui il modello elabora internamente le risposte, non è attualmente disponibile per tutti gli utenti.

Claude 3.7 Sonnet è il nuovo modello AI di Anthropic dotato di ragionamento “ibrido”: cosa significa

Claude 3.7 Sonnet. Credit: Anthropic.

Claude 3.7 Sonnet è il nuovo modello di intelligenza artificiale sviluppato da Anthropic e rappresenta un’evoluzione significativa rispetto ai suoi predecessori. La sua caratteristica distintiva, che la rende la prima AI di questo tipo, è il ragionamento “”, una capacità che gli permette di alternare tra risposte rapide e analisi più approfondite a seconda del contesto. Questo lo rende particolarmente versatile, migliorando le sue prestazioni in ambiti come la matematica, la programmazione e la risoluzione di problemi complessi. Gli utenti che accedono al modello tramite API (Application Programming Interface) possono personalizzare la durata della sua elaborazione per trovare un equilibrio tra velocità e qualità delle risposte. Come ha reso noto Anthropic, Claude 3.7 Sonnet «è ora disponibile su tutti i piani Claude, inclusi Free, Pro, Team ed Enterprise, così come su Anthropic API , Amazon Bedrock e Vertex AI di Google Cloud». Va detto, però, che la modalità di pensiero estesa – quella in cui il modello riflette su sé stesso prima di rispondere – non è disponibile per gli…

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Scopri i vantaggi e come trarne il massimo beneficio!

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Inquinamento delle Acque

L’, risorsa fondamentale, è spesso minacciata dall’inquinamento causato da scarichi industriali, deposizione atmosferica e deflusso agricolo. È essenziale monitorare e proteggere le fonti d’acqua potabile dalle contaminazioni, che possono avere gravi conseguenze per la salute umana.

Limitazioni dei Metodi Tradizionali

Per rilevare l’inquinamento, si utilizzano sensori fisici e chimici, ma questi risultano costosi e poco efficaci nel rispondere a eventi di contaminazione improvvisi. L’individuazione tempestiva di sostanze chimiche impreviste è una sfida significativa.

Bioindicatori e il Loro Ruolo

I bioindicatori, come i bivalvi (cozze e vongole), offrono un approccio alternativo per il monitoraggio delle acque. Questi organismi naturali forniscono un monitoraggio continuo e immediato, filtrando grandi volumi d’acqua e mostrando sensibilità agli inquinanti. Le cozze, in particolare, reagiscono rapidamente agli effetti tossici, rendendole strumenti efficaci per rilevare cambiamenti nella qualità dell’acqua.

ecco come e quali sono i vantaggi

L’acqua è una risorsa preziosa, ma spesso viene minacciata dall’inquinamento. Gli ambienti acquatici subiscono frequentemente, infatti, lo sversamento di inquinamenti chimici derivanti da scarichi industriali o anche da deposizione atmosferica e da deflusso agricolo. È fondamentale monitorare e proteggere le fonti d’acqua potabile da queste contaminazioni, che possono essere imprevedibili e causare gravi rischi per la salute umana, ma individuare questi pericoli in tempo non è sempre facile. Per questo motivo sono stati sviluppati  sensori appositi per monitorare il livello di salute delle acque. I metodi convenzionali basati su sensori fisici e chimici sono costosi e spesso inefficaci nel rilevare eventi di inquinamento improvvisi o sostanze chimiche impreviste in tempi brevi. I bioindicatori, come i bivalvi (come per esempio cozze e vongole), invece, forniscono un monitoraggio continuo, efficace ed immediato: filtrano grandi quantità d’acqua, sono estremamente a una vasta gamma di inquinanti e i loro effetti tossici in brevissimo tempo e reagiscono in tempo reale a qualsiasi cambiamento. Tra questi, le cozze d’acqua…

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Idrossietilmetacrilato: un composto di interesse per applicazioni industriali

L’idrossietilmetacrilato, conosciuto anche come , è un chimico dal nome IUPAC 2--metilprop-2-enoato. molecola bifunzionale, con formula C6H10O3, possiede sia un gruppo metacrilato che un gruppo idrossilico, risultando solubile in acqua ed etanolo.

Utilizzi e

L’idrossietilmetacrilato è un componente chiave per aumentare l’idrofobicità e l’adesione superficiale di vari materiali polimerici. Viene impiegato in rivestimenti speciali, resine, adesivi, inchiostri da stampa e plastiche acriliche. La sintesi del HEMA avviene attraverso la reazione dell’acido metacrilico, da cui si ottiene anche il glicole etilenico dimetilacrilato (EGDMA). Inoltre, può essere sintetizzato reagendo con l’ossido di etilene, con la formazione di impurezze.

Copolimerizzazione e Idrogel

Le applicazioni dell’idrossietilmetacrilato si estendono alla creazione di idrogel, ottenuti attraverso copolimerizzazione radicalica con vari monomeri. Tra questi si annoverano acido itaconico e acido acrilico. Il persolfato di ammonio è utilizzato come iniziatore, mentre l’N,N’-metilenbisacrilammide funge da agente di reticolazione.

Il poliidrossietilmetacrilato (PHEMA) rappresenta un altro importante prodotto derivato dal HEMA. Questo polimero è stato sintetizzato dai chimici cechi per la produzione di lenti a contatto morbide. Nonostante il PHEMA non sia solubile in acqua, si gonfia in presenza di essa ed è utilizzato in applicazioni come sistemi di somministrazione dei farmaci e membrane per dialisi renale.

Proprietà e Applicazioni

Grazie alla sua struttura, l’idrossietilmetacrilato presenta una spiccata capacità di assorbire acqua, variando dal 10% al 600% rispetto al peso secco. Questa sua caratteristica, insieme alle proprietà reattive, consente la copolimerizzazione con una vasta gamma di polimeri. Inoltre, viene utilizzato in adesivi dentali, resine composite, e smalti gel per unghie, grazie alle sue forti proprietà adesive. Tuttavia, l’uso eccessivo di HEMA può provocare dermatiti da contatto, spingendo la ricerca verso smalti HEMA free con nuovi compositi polimerici.

Fonte

Membrane per il trasporto di ioni negativi.

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Le (AEM, dall’inglese Anion Exchange Membranes) rappresentano un’innovazione significativa nel settore delle applicazioni elettrochimiche, in particolare nell’ambito dell’elettrolisi dell’ e delle celle a combustibile alcaline.

Struttura e Funzione delle Membrane

Queste membrane si caratterizzano per la presenza di gruppi funzionali carichi positivamente, come NH4+, NHR2+, NR3+, PR3+, e SR2+, che sono legati covalentemente a una matrice polimerica. Tale struttura permette il passaggio di anioni attraverso la membrana stessa. A seconda della composizione, si possono classificare come membrane a base di azoto, come l’ammonio quaternario, o privi di azoto, come il , includendo anche cationi metallici come i complessi di rutenio.

I gruppi funzionali all’interno di queste membrane possono variare; alcuni possono presentarsi come fortemente basici, come l’ammonio terziario, mentre altri si trovano nella forma debolmente basica, come i gruppi amminici in diverse configurazioni. Ulteriori differenziali si trovano anche negli anioni che possono essere scambiati, i quali possono essere presenti sia in forma alcalina che non, con esempi che includono ioni come cloruro, solfato, ossidrile, e bicarbonato.

Oltre ai suddetti gruppi funzionali, anche la configurazione della catena polimerica riveste un’importanza fondamentale per la stabilità delle membrane in ambienti alcalini.

Applicazioni nelle Celle a Combustibile

Le celle a combustibile emergono tra le tecnologie energetiche rinnovabili come un metodo promettente grazie alla loro compatibilità ambientale e all’elevata efficienza energetica. Queste celle possono essere applicate settori del trasporto e dell’ portatile, con diverse tipologie disponibili, inclusi la cella a combustibile alcalina (AFC) e la cella a combustibile a ossido solido (SOFC).

Nella ricerca scientifica, si è fatto progressi notevoli riguardo le membrane a scambio protonico per celle a combustibile, sebbene la loro commercializzazione sia ostacolata dai costi elevati, prevalentemente legati ai catalizzatori a base di platino. Le celle a combustibile che fanno uso di membrane a scambio anionico, al contrario, non richiedono l’uso di tali catalizzatori e possono migliorare le cinetiche di reazione nel contesto di ambienti alcalini.

Queste membrane a scambio anionico costituiscono il nucleo delle celle a combustibile a membrana a scambio anionico alcalino (AEMFC), cruciali per separare il combustibile e facilitare il trasferimento simultaneo di anioni.

Processo di Preparazione delle Membrane

Nel processo di sviluppo delle membrane a scambio anionico per AEMFC, alcuni requisiti fondamentali devono essere soddisfatti, come resistenza meccanica sufficiente, stabilità termica e chimica, e conduttività ionica. Le membrane possono essere prodotte attraverso varie metodologie, inclusa la polimerizzazione o la policondensazione di monomeri e l’introduzione di gruppi funzionali sullo scheletro polimerico, utilizzando polimeri di diverso tipo come il polistirene (PS) e l’alcol polivinilico (PVA).

I materiali per il trasporto di ioni all’interno delle membrane possono includere sostanze come l’imidazolo e la polisulfona. Questi polimeri permettono un effettivo passaggio di ioni e una buona funzionalità delle membrane stesse.

Innovazioni nell’Elettrolisi dell’Acqua

Il settore dell’elettrolisi dell’acqua ha visto crescere l’interesse verso l’uso di membrane a scambio anionico, offrendo la possibilità di produrre idrogeno verde, considerato uno dei vettori energetici più promettenti. L’elettrolisi comporta la scissione delle molecole d’acqua in idrogeno e ossigeno, permettendo di immagazzinare energia sotto forma di idrogeno.

Le tecnologie attualmente disponibili comprendono, tra le altre, l’elettrolisi a membrana a scambio protonico (PEM) e l’elettrolisi alcalina. L’elettrolisi con membrane a scambio anionico riunisce i vantaggi di entrambe le metodologie, utilizzando materiali catalitici a basso costo e un’architettura polimerica solida. Negli elettrolizzatori a membrana a scambio anionico (AEMWE), si utilizzano catalizzatori di metalli non preziosi, il che contribuisce a una maggiore accessibilità e sostenibilità economica.

Gli sviluppi recenti nelle membrane a scambio anionico mostrano una forte propensione all’innovazione e ai miglioramenti tecnologici, con membrane reticolate che offrono stabilità meccanica e chimica elevate. Ad esempio, membrane come Sustainion hanno dimostrato prestazioni eccellenti quando impiegate in elettrolizzatori a base di catalizzatori non metallici, contribuendo a un futuro più sostenibile nel campo dell’energia rinnovabile.

Fonte Verificata

Bismuto in forma di ferrite.

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La , nota anche come BFO, rappresenta un ossido metallico ternario caratterizzato dalla ₃. Questo materiale presenta una struttura cristallina perovskitica di tipo ABO3, dove i siti A e B sono occupati rispettivamente da bismuto e ferro. Grazie alle sue elevate proprietà fotocatalitiche, ferromagnetiche e elettromagnetiche, si distingue per un ampio spettro di applicazioni innovative.

Proprietà della ferrite di bismuto

La ferrite di bismuto è particolarmente interessante poiché vanta sia proprietà ferroelettriche che antiferromagnetiche. Queste caratteristiche ne fanno un materiale multiferroico raramente riscontrabile, in grado di essere polarizzato sia elettricamente che magneticamente anche a ambiente.

Le nanoparticelle di ferrite di bismuto presentano numerosi vantaggi, tra cui una significativa polarizzazione spontanea, un alto punto di Curie e un forte accoppiamento magnetoelettrico. Inoltre, il loro ridotto band gap (compreso tra .2 e 2.8 eV) le rende adatte per molteplici utilizzi.

Metodi di sintesi

La sintesi delle nanoparticelle di ferrite di bismuto può avvenire attraverso diversi approcci. Tra i metodi più comuni c’è quello allo stato solido, dove si impiegano polveri di ossido di bismuto (Bi2O3) e ossido di ferro (III) (Fe2O3). La macinazione viene effettuata con sfere di biossido di zirconio (ZrO2) stabilizzate e le polveri risultanti vengono sottoposte a essiccazione e calcificazione a temperature comprese tra 700 e 825 °C, per poi essere nuovamente macinate e pressate in pellet.

Un altro approccio per ottenere la ferrite di bismuto prevede una reazione di precipitazione dell’idrossido di bismuto (Bi(OH)3) e dell’idrossido di ferro (III) in presenza di ammoniaca a un pH di 9, seguita da una calcinazione a temperature tra 650 e 800 °C.

Il metodo sol-gel rappresenta una tecnica ulteriore, in cui si utilizzano nitrati di bismuto pentaidrato e nitrato di ferro (III) come precursori, in presenza di una miscela di glicole etilenico e acido acetico. Dopo un’adeguata solubilizzazione e riscaldamento, il gel ottenuto viene recato a temperature di ricottura tra 500 °C e 600 °C.

Alcuni ricercatori hanno anche esplorato la sintesi tramite sonochimica, utilizzando una soluzione di nitrati di bismuto e ferro, a cui vengono aggiunti diversi additivi per migliorare l’area superficiale. La sonicazione è prolungata fino alla completa precipitazione. Infine, il metodo di evaporazione della soluzione impiega nitrati metallici e acido tartarico, riscaldando il sotto agitazione fino all’evaporazione del liquido.

Le diverse metodologie consentono di adattare la sintesi della ferrite di bismuto alle esigenze specifiche delle applicazioni previste, svelando la versatilità di questo materiale.

Utilizzi e applicazioni

Le nanoparticelle di ferrite di bismuto trovano impiego in molteplici settori, grazie alle loro eccezionali proprietà. Possono essere utilizzate in dispositivi spintronici, sensori, celle di memoria, condensatori e dispositivi optoelettronici, oltre ad essere impiegate come fotocatalizzatori attivi nella degradazione di inquinanti.

La ferrite di bismuto è considerata un fotocatalizzatore conveniente, in quanto si distingue per la sua alta efficienza e stabilità in ambienti di pH variabili. Inoltre, le sue proprietà possono generare specie reattive dell’ossigeno (ROS) sotto esposizione a perossido di idrogeno o radiazione luminosa. In ambito biomedico, è sfruttata in terapie innovative come la terapia fototermica e per l’imaging multimodale, nonché nel campo della somministrazione di farmaci e nell’ingegneria tissutale.

Nell’ambito del trattamento delle acque reflue, la ferrite di bismuto ha mostrato notevoli promesse. Costruendo un materiale composito con chitosano e nanocristalli di ferrite di bismuto, è possibile decomporre inquinanti e ridurre la presenza di batteri patogeni. Tale composito mostra una significativa attività antibatterica, con una capacità di abbattere Escherichia coli di oltre il 90% in breve tempo.

Il potenziale della ferrite di bismuto è quindi vasto e va ben oltre le applicazioni tradizionali, rappresentando un materiale di grande interesse nella ricerca e nelle innovazioni tecnologiche future.

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Come riconoscere un sostituente attivante rispetto a uno disattivante?

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I composti aromatici rappresentano una vasta e significativa classe di molecole che svolgono un ruolo cruciale in diversi ambiti della , dall’industria farmaceutica ai materiali avanzati. La comprensione della loro reattività è essenziale per studenti e studentesse di chimica. Il benzene è considerato il capostipite di questi composti, ma nella pratica è più comune imbattersi nei suoi , come il toluene, il fenolo, il nitrobenzene e il clorobenzene.

La reattività di questi composti dipende fortemente dalla loro struttura chimica. Molecole come il toluene e il fenolo tendono a reagire più rapidamente al benzene, mentre il clorobenzene, il nitrobenzene e l’acido benzoico mostrano una reattività inferiore. Questo comportamento è influenzato dai gruppi sostituenti presenti sull’anello aromatico, che possono essere classificati in attivanti o disattivanti. I sostituenti attivanti aumentano la reattività dell’anello, mentre quelli disattivanti la diminuiscono.

Per determinare se un sostituente è di tipo o disattivante, si dovrà analizzare come interagisce con l’anello aromatico, e quale impatto ha sui siti reattivi della molecola. Questi concetti fondamentali non solo sono cruciali per la comprensione della chimica organica, ma anche per lo sviluppo e la sintesi di nuovi composti nella pratica chimica.

Come riconoscere un sostituente attivante rispetto a uno disattivante?

I composti aromatici costituiscono una classe sterminata di molecole, onnipresenti in natura e di importanza fondamentale in praticamente qualsiasi ambito della chimica, dalla chimica farmaceutica ai materiali avanzati. Capirne quindi la reattività è fondamentale per qualsiasi studente o studentessa di chimica.

Il capostipite di classe di composti è il benzene, ma spessissimo capita di avere a che fare non con il benzene puro ma con suoi derivati, come il toluene, il fenolo, il nitrobenzene o il clorobenzene o tanti altri ancora, ed è quindi importantissimo capire come cambia la reattività in funzione della struttura chimica.

Per esempio, alcune delle molecole che abbiamo appena visto, come il toluene o il fenolo, reagiscono molto più velocemente rispetto al benzene non sostituito, mentre il clorobenzene, il nitrobenzene o l’acido benzoico reagiscono più lentamente. I sostituenti che rendono l’anello più reattivo sono detti sostituenti attivanti, mentre quelli che lo rendono più inerte sono detti disattivanti.

Ma come fare a capire se un sostituente è attivante o disattivante? E come possiamo giustificare questo comportamento? Questo è ciò che scopriremo…

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Che cos’è un composto meso e come si identifica?

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Definizione di Composto Meso

Un è una molecola che, pur contenendo carboni asimmetrici, non è chirale a causa della presenza di un piano di simmetria. In altre parole, anche se una molecola ha più centri stereogenici, può risultare achirale.

Esempio di Molecola Chirale

Per comprendere meglio, consideriamo l’enantiomero S dell’1-bromo-1-cloroetano, che è chirale. La chilità di una molecola è determinata dalla presenza di un carbonio legato a quattro sostituenti diversi; tuttavia, la vera definizione che non possa essere sovrapposta alla sua immagine speculare tramite rotazione.

Riconoscere la Chirialità

Sebbene l’uso dei carboni asimmetrici sembri un metodo efficace per identificare la chirialità, può risultare ingannevole. Infatti, esistono molecole che, nonostante abbiano centri chirali, non possiedono la chirialità a causa di simmetrie intrinseche, rendendo necessario un approccio più approfondito per l’analisi stereochimica.

Cos’è e come si riconosce un composto meso?

Un composto meso è una molecola che non è chirale nonostante la presenza di più carboni asimmetrici. Alcune molecole infatti, nonostante contengono più atomi di carbonio che sono centri stereogenici, non sono sono chirali perché è presente un piano di simmetria.

Se definizione vi sembra complessa, non preoccupatevi: è un argomento complesso, ma scorrete fino in fondo e diventerò semplicissimo!

Alla ricerca della simmetria

Partiamo dall’inizio con un esempio. La molecola sotto rappresentata è l’enantiomero S dell’1-bromo-1-cloroetano, ed è una molecola chirale.

(1S)-1-bromo-1-cloroetano

Come facciamo a sapere che è una molecola chirale? La risposta più immediata è: perché c’è un carbonio legato a quattro sostituenti diversi (carbonio asimmetrico). Ma questo è in realtà solo un trucchetto: per definizione una molecola è chirale quando non può essere sovrapposta alla sua immagine speculare nonostante qualsiasi operazione di rotazione. Per semplificarci la vita, ed evitare di andare a cercare manualmente  piani e assi di simmetria,  comunemente utilizziamo il trucchetto del guardare la presenza di carboni asimmetrici. Ma questa tattica a volte fallisce: esistono molecole…

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La chimica dell’universo: presenta il mio secondo libro!

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La chimica come ponte

La chimica svolge un ruolo fondamentale nel collegare lo studio della vita e quello della natura, riunendo realtà diverse attraverso un linguaggio unico. Questo mira a esplorare questo legame, portando il lettore in un viaggio tra molecole e pianeti.

Il nuovo libro di Giuseppe Alonci

L’autore il suo secondo libro, "La chimica dell’universo – a spasso nel cosmo tra molecole e pianeti", edito da Piemme e disponibile in diversi store online e librerie. al suo libro precedente, "Tutta questione di chimica", questo lavoro ha richiesto un impegno maggiore, affrontando temi tradizionalmente legati a fisici e astronomi.

Argomenti di ricerca e dibattiti

Il libro non si limita a presentare informazioni consolidate, ma esplora anche argomenti di grande attualità e controversie scientifiche, come la nascita degli elementi chimici nella tavola periodica. Alonci invita il lettore a intraprendere un viaggio conoscitivo attraverso la complessità della chimica e le sue applicazioni nell’universo.

La chimica dell’universo – il mio secondo libro

«La chimica ha questo potere: fare da ponte tra chi studia la vita e chi invece studia la natura nei suoi componenti assolutamente fondamentali. È l’anello di congiunzione tra le particelle subatomiche e il metabolismo di un batterio, ma ha un linguaggio suo: lo impareremo assieme.»

È una soddisfazione enorme poter annunciare l’uscita di questo mio secondo libro, “La chimica dell’universo – a spasso nel cosmo tra molecole e pianeti”, edito da Piemme e disponibile su Amazon e in tutti i principali store online, oltre che in tutte le librerie fisiche.

Rispetto il mio precedente libro “Tutta questione di chimica”, edito da Giunti, questo testo mi ha richiesto un impegno notevolmente maggiore: non è affatto facile dare uno sguardo chimico a un argomento che è tradizionalmente appannaggio dei fisici e degli astronomi, specialmente quando si vanno a toccare temi di ricerca scientifica di grande attualità.

La chimica dell’universo è un libro che non si limite infatti a raccontarvi solo ciò di cui siamo assolutamente sicuri, ma anche argomenti nei quali il dibattito scientifico è ancora caldissimo: come sono nati gli elementi chimici della tavola…

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Struttura e proprietà del Polifluorene: un materiale polimerico unico nel suo genere.

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Il e i suoi si presentano come di grande versatilità, trovando applicazione in numerosi dispositivi optoelettronici polimerici. Questi includono dispositivi a emissione di luce, laser, celle solari, memorie, transistor a effetto di campo e sensori.

Caratteristiche dei polifluoreni

I polifluoreni appartengono alla categoria dei polimeri conduttivi, che possiedono la capacità di condurre elettricità. Questi materiali sono stati oggetto di studio per le loro peculiarità e per i potenziali ambiti d’applicazione da parte di premi Nobel come Alan Jay Heeger, Alan Graham MacDiarmid e Hideki Shirakawa nel 2000. La struttura del polifluorene è formata da unità monomeriche di fluorene, le quali presentano una molecola coplanare in grado di emettere fluorescenza viola, scoperta nel 1867 dal chimico francese Marcellin Berthelot. L’anello centrale della molecola è composto da cinque atomi di carbonio collegati a due anelli benzenici. La formula del polifluorene è (C13H8)n, in cui ogni monomero include due gruppi fenilenici, ovvero anelli benzenici disostituiti.

Innovazioni nell’emissione di luce

Tra i polimeri π-coniugati, i polifluoreni e i copolimeri a base di fluorene si distinguono per la loro ampia coniugazione, che consente una delocalizzazione elettronica favorevole alla conducibilità. Dal 1990, è stata documentata l’elettroluminescenza in vari polimeri coniugati. Questo fenomeno, che porta all’emissione di luce sotto l’azione di un campo elettrico, ha aperto la strada a un’ampia gamma di colori di emissione, utilizzando miscele polimeriche con diverse caratteristiche di trasporto e emissione.

Il polifluorene, grazie al suo ampio band gap, è capace di emettere una fluorescenza blu, collocandosi nella prima famiglia di polimeri che riesce a emettere luce in lo spettro visibile, dal blu al rosso. In generale, è possibile ottenere un’emissione singola da ciascun polimero, anche se recenti studi dimostrano che modifiche adeguate possono portare a emissioni multiple. L’introduzione di un copolimero o di catene laterali consente di sintonizzare ulteriormente gli spettri di emissione, dimostrando così la fattibilità di un’emissione multicolore da un singolo polimero. Recentemente, è stato realizzato un polimero a forma di stella, che ha generato emissioni di colore rosso, verde e blu grazie a specifiche modifiche strutturali e all’uso di sostanze dopanti, inclusi complessi metallici e punti quantici.

Le celle solari organiche, che sono tipicamente costituite da polimeri, si avvalgono di polimeri conduttivi organici o piccole molecole per convertire la luce solare in elettricità, utilizzando l’effetto fotovoltaico. È cruciale che il trasporto dei portatori di carica generati dalla luce avvenga agevolmente. Le proprietà di assorbimento ottico dei polimeri devono coprire efficacemente lo spettro solare, e l’ del trasferimento di carica deve essere ben regolata per accettori adeguati.

luminescenzaluminescenza

I polimeri impiegati si basano spesso sul poli(p-fenilene vinilene) e sul politiofene, e recentemente anche sul polifluorene. Un limite del polifluorene e dei suoi derivati nelle applicazioni per fotodiodi è la mancanza di assorbimento ottico a energie basse, ovvero nella regione rossa dello spettro, dove è concentrata gran parte dell’irradiazione solare. Tuttavia, questi polimeri offrono buone prestazioni nella conduzione della carica, possono essere strutturati in forme cristalline liquide anisotropiche e sono utilizzabili sia come conduttori di elettroni, sia come conduttori di lacune. Sono diversi gli esempi di fluoreni copolimerizzati con altre molecole, come tiofeni e benzotiadiazoli, sviluppati per applicazioni in dispositivi a emissione luminosa.

La copolimerizzazione di fluorene con gruppi donatori-accettori nelle catene polimeriche potrebbe fornire materiali adatti per fotodiodi e celle solari. Questo nuovo approccio permetterebbe di ottenere materiali con assorbimento ottico al di sotto del band gap elevato del poli(flourene) puro, rendendoli idonei per l’assorbimento di una significativa porzione dello spettro solare e, conseguentemente, adatti per l’uso in celle solari.

Fonte Verificata

Polifluorene: evoluzione e applicazioni nel settore dei materiali polimerici.

Il e i suoi stanno guadagnando attenzione nel panorama dei grazie alla loro versatilità in diverse applicazioni optoelettroniche polimeriche, inclusi dispositivi a emissione di luce, laser, celle solari, memorie, transistor a effetto di campo e sensori.

Questi polimeri conduttivi sono stati al centro di studi approfonditi per le loro straordinarie proprietà e potenziali applicazioni. L’analisi scientifica è stata guidata da recenti ricerche che evidenziano il loro utilizzo in contesti innovativi come i dispositivi a emissione di luce. La struttura del polifluorene, caratterizzata da unità monomeriche di fluorene, ne favorisce la capacità di assorbimento e emissione della luce, rendendolo un candidato ideale per numerosi dispositivi tecnologici.

Proprietà del polifluorene

I polifluoreni, insieme ai loro copolimeri, mostrano proprietà optoelettroniche eccezionali grazie alla loro struttura coniugata. L’elettroluminescenza, fenomeno rilevato sin dal 1990, ha permesso di ottenere emissioni di luce variabili inserendo polimeri con caratteristiche diverse. Il polifluorene si distingue per il ampio band gap, che consente una fluorescenza blu e la possibilità di generare emissioni di luce che coprono l’intero spettro visibile. Innovations recenti hanno dimostrato che è possibile ottenere emissioni multicolori combinando polimeri modificati e dopanti appropriati.

Celle solari

Le celle solari organiche basate su polimeri conduttivi pongono sfide e opportunità nuove. I materiali polimerici devono garantire un efficiente trasporto di carica generata dalla luce per trasformarla in elettricità. Negli ultimi anni, l’uso di polimeri come il polifluorene in dispositivi fotovoltaici ha offerto la possibilità di realizzare celle solari con spettroscopie ottiche più ampie, sebbene presenti sfide come la mancanza di assorbimento nella parte rossa dello spettro. La copolimerizzazione di vari componenti offre promettenti prospettive per migliorare le capacità di assorbimento e quindi l’efficienza complessiva delle celle solari.

Le ricerche in corso continuano a esplorare le potenzialità del polifluorene, sottolineando un futuro luminoso per i materiali polimerici nel settore dell’optoelettronica e delle energie rinnovabili.

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