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Scoperta della tomba del faraone Thutmose II dopo un secolo in Egitto, non solo Tutankhamon

Una missione archeologica congiunta ha identificato la come appartenente al re II, antico re egizio, antenato di Tutankhamon, che regnò tra il 2000 e il 1001 a.C.

@New Kingdom Research Foundation

Venuta alla luce grazie a una spedizione egiziano-britannica, la tomba di un , la prima dal ritrovamento di quella di Tutankhamon, appartiene al re Thutmose II. La sepoltura si troverebbe a circa 2,4 chilometri a ovest della Valle dei Re, vicino alla città di Luxor. Il ritrovamento dei resti mummificati di questo sovrano meno noto risale a due secoli fa, ma il luogo di sepoltura originale non era mai stato individuato.

Secondo il ministero del Turismo e delle Antichità egiziano, la tomba di Thutmose II rappresenta l’ultima sepoltura perduta dei re della XVIII dinastia e la prima scoperta di rango reale dopo quella di Tutankhamon nel 1922.

Parte del soffitto era ancora intatta, presentando un disegno blu con stelle gialle, tipico delle tombe reali. Il capo della missione, Piers Litherland, ha dichiarato: “Soffitti dipinti di blu con stelle gialle si trovano solo nelle tombe dei re.” Inoltre, ha aggiunto che la tomba si è rivelata completamente vuota, non a causa di saccheggi, ma perché era stata deliberatamente svuotata.

A joint Egyptian-British archaeological mission has uncovered the long-lost tomb of king Thutmose II, the final missing royal tomb of Dynasty 18, during excavations at Tomb C4 on the west bank of Luxor. The tomb’s entrance and main corridor were first identified in 2022. #Luxor pic.twitter.com/e08w7oSKw9

— Ministry of Tourism and Antiquities (@TourismandAntiq) February 20, 2025

Quando nel 2022, il team archeologico ha per la prima volta l’ingresso e il corridoio principale della sepoltura, si era ipotizzato che appartenesse a una donna, data la vicinanza alla tomba della regina Hatshepsut e a quelle delle mogli del re Thutmose III. Thutmose II è conosciuto anche per essere stato consorte della regina Hatshepsut, una delle figure femminili più significative della storia egizia.

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Una spugna assorbe oli e idrocarburi dall’acqua del porto: ecco come funziona

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Numerosi cittadini hanno potuto osservare riflessi iridescenti sulla superficie dell’acqua nei porti, spesso associati a sversamenti di e dalle imbarcazioni. Questi possono essere il risultato di perdite accidentali durante operazioni come il rifornimento, la manutenzione dei motori e la pulizia dell’acqua di sentina, dove si accumulano liquidi contaminanti.

Per affrontare questa problematica ambientale, è stata ideata una spugna specifica, da utilizzare sia nei porti che a bordo delle imbarcazioni, in grado di assorbire una significativa quantità di liquidi inquinanti senza trattenere l’acqua.

Il poliuretano espanso a celle aperte: cos’è e com’è fatto

Ogni chilogrammo di questa spugna, chiamata Foam Flex e brevettata nel 2014 dall’azienda italiana T1 Solutions, può assorbire fino a 6000 kg di oli durante il suo ciclo di vita, potendo essere impiegata fino a 200 volte. Il materiale di cui è composta è poliuretano espanso, caratterizzato da una a celle aperte.

Questa spugna presenta una consistenza morbida e flessibile, dovuta alla sua struttura spugnosa, con piccole celle interconnesse tra loro. La particolare formulazione chimica del poliuretano, sviluppata appositamente per questo scopo, permette di assorbire grandi quantità di oli e idrocarburi senza trattenere l’acqua. Questo è reso possibile grazie a specifici copolimeri selezionati, che conferiscono al materiale una forte affinità con gli oli e una notevole resistenza all’acqua.

Cosa succede agli oli una volta che sono stati assorbiti dalla spugna?

Le spugne Foam Flex hanno un impatto ambientale positivo, poiché, avere assorbito gli oli, possono essere strizzate per recuperare il liquido, che può poi essere smaltito attraverso le apposite procedure di raccolta. Inoltre, grazie alla loro robustezza, non rilasciano sostanze nocive nell’ambiente e hanno ricevuto l’approvazione dal Ministero dell’Ambiente per l’uso in mare.

Un caso esemplare dell’efficacia di queste spugne si è verificato a Fuerteventura, dove nel 2018 un incidente ha portato a un versamento di circa 150 tonnellate di oli misti. In questa circostanza, 70 kg di Foam Flex, insieme a strizzatori manuali, hanno permesso una pulizia efficace, recuperando tra il 50 e il 70% della sostanza inquinante.

In Italia, l’iniziativa Q8 Sailing for Change è in atto per affrontare questo problema. Grazie alla collaborazione con LifeGate, Q8 ha già inviato kit contenenti spugne Foam Flex in 20 porti italiani, con l’obiettivo di raggiungerne altri 20 entro il 2025.

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Le uscite di emergenza delle gallerie autostradali e il loro utilizzo

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Le d’emergenza nelle rappresentano elementi fondamentali per la sicurezza e la gestione del rischio in caso di situazioni critiche. L’importanza di comprendere il funzionamento di queste uscite è fondamentale per gli utenti della strada.

Uscite d’emergenza: design e funzionamento

Le porticine verdi segnalano le vie di fuga che consentono un’uscita rapida e sicura in caso di emergenze. La galleria Santa Lucia, nota per essere il tunnel a tre corsie più lungo d’Europa, dispone di un sistema di uscite progettato per guidare gli utenti verso la sicurezza.

Comportamento in caso di pericolo

In situazioni di pericolo, è essenziale mantenere la calma e seguire le indicazioni presenti lungo il percorso. Le uscite d’emergenza sono segnalate in modo chiaro, e il loro deve avvenire secondo le procedure standard di evacuazione.

Attraverso l’ delle vie di fuga nella galleria Santa Lucia, è possibile ottenere una maggiore consapevolezza riguardo alla sicurezza stradale e all’importanza delle procedure di emergenza in ambiente sotterraneo.

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Il capolavoro giapponese La Grande Onda di Kanagawa di Hokusai che ha girato il mondo

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La di Kanagawa conservata al British Museum. Credit: Katsushika Hokusai, via Wikimedia Commons.

La Grande Onda di Kanagawa è una xilografia in stile Ukiyo-e, realizzata dal pittore giapponese Katsushika Hokusai (1760-1849) intorno al 1830. Essa rappresenta la prima e più celebre stampa della serie Trentasei vedute del Monte Fuji, diventando una delle immagini più iconiche a livello globale. La sua straordinaria diffusione ha contribuito a renderla un dell’arte giapponese, influenzando profondamente gli artisti europei di fine ‘800. Essendo una xilografia, l’opera è stata realizzata tramite una matrice di legno, permettendo di produrre numerose copie originali, ora conservate in musei e collezioni in tutto il .

Il capolavoro e la sua tecnica

La composizione presenta una grande onda che si infrange in primo piano, barche in lotta contro durezze naturali e in lontananza il monte Fuji. La Grande Onda è il risultato di un periodo di intensa creatività culturale in Giappone, noto come Mondo fluttuante, che ha toccato anche la musica e il teatro. L’opera, parte della serie delle Trentasei vedute del Monte Fuji, è stata elaborata da Hokusai nei primi anni ’30 dell’Ottocento, circa trent’anni di concept. Grazie alla tecnica della xilografia, che impiega blocchi di legno per la stampa, il pezzo ha raggiunto una diffusione straordinaria. L’uso di coloranti come l’indaco e il blu di Prussia, recentemente arrivati dal mercato olandese, ha accentuato l’impatto visivo dell’onda. Tale metodo consente di generare un numero illimitato di stampe da un’unica matrice, da cui discende l’alto numero di “originali” oggi conservati in musei di tutto il mondo, con dimensioni di 25,7 × 37,9 centimetri.

Il numero delle copie esistenti

Il numero esatto delle copie esistenti di La Grande Onda non è noto, poiché non veniva registrato il totale delle “impressioni” create da uno specifico set di blocchi di legno. Tuttavia, si stima che siano state prodotte migliaia di impressioni. Secondo il British Museum, un editore doveva vendere almeno 2.000 copie per generare profitto, con esperti che ritengono siano state realizzate fino a 8.000 impressioni. Attualmente, non tutte le copie originarie sono più disponibili, considerando la loro fragilità. Dati aggiornati al 2022 indicano l’esistenza di circa 100 copie conosciute, che presentano leggere variazioni dovute a scelte editoriali o segni di usura sulla matrice, i quali possono aiutare a identificare la sequenza temporale delle stampe.

Localizzazione delle copie

Numerose copie sono conservate in Giappone, presso il Museo Nazionale di Tokyo e il Museo giapponese Ukiyo-e di Matsumoto. Tuttavia, le più visibili a livello internazionale sono probabilmente quelle esposte al British Museum di Londra e al Metropolitan Museum of Art di New York. Negli Stati Uniti, esemplari possono essere trovati a Chicago, Los Angeles e Washington. In Francia, dove l’opera ha riscosso un notevole successo, si possono osservare copie a Giverny, Parigi (Museo Guimet e Bibliothèque Nationale de France). Altri esemplari sono presenti in vari luoghi, come Melbourne, e alcune collezioni private, tra cui una venduta nel 2023 per 2,8 milioni di dollari. In Italia, copie della xilografia sono conservate al Museo d’arte orientale Edoardo Chiossone di Genova, al Palazzo Maffei Casa Museo di Verona, nel Civico museo d’arte orientale di Trieste e al Museo d’arte orientale di Torino.

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Quali quiz di Geopop vengono proposti?

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Nel mondo esistono migliaia di vulcani, alcuni dei quali sono noti per le violente eruzioni. Questa proposta è rivolta a chi desidera testare le proprie conoscenze attraverso un basato su quattro immagini di vulcani. Il compito consiste nell’identificare il nome del vulcano presentato in ciascuna immagine e nel collocarlo correttamente su una mappa, indicando la sua posizione geografica esatta.

  • Identificare il nome del vulcano raffigurato nell’immagine;
  • Collocarlo correttamente su una mappa, indicando la posizione geografica esatta.

È consigliabile scorrere lentamente la pagina, poiché subito il quiz si troveranno le soluzioni con il nome del vulcano e la sua corretta collocazione geografica.

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Soluzioni del quiz:

Il primo vulcano è il Kilimangiaro, un imponente stratovulcano quiescente in Tanzania, celebre per essere la montagna più alta dell’Africa e la più montagna isolata al mondo, non associata a catene montuose. Segue il Monte Fuji, un vulcano iconico del Giappone, noto per la sua simmetria perfetta che lo rende un simbolo nazionale.

In terza posizione troviamo l’Etna, situato in Sicilia, riconosciuto per essere il vulcano attivo più alto d’Europa. L’ultimo vulcano è il Mount St. Helens, situato nello di Washington, USA, tristemente noto per la devastante eruzione del 1980.

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Per comprendere il motivo per il quale nel mondo esistono così tanti vulcani, è disponibile un video ad hoc sull’argomento:

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Il falso del dipinto Sansone e Dalila di Rubens è scoperto dall’intelligenza artificiale

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Sansone e Dalila esposto alla National Gallery di Londra. Credit: Peter Paul Rubens, via Wikimedia Commons

Un dipinto esposto alla National Gallery di Londra, Sansone e Dalila, attribuito a Peter Paul Rubens, è attualmente sotto inchiesta per presunta non autenticità. L’opera, datata 1609, è stata sottoposta a un’analisi nel 2021 condotta dall’azienda Art Recognition, utilizzando tecniche di intelligenza e reti neurali per valutare la veridicità del dipinto. I risultati indicano una probabilità superiore al 91% che l’opera in questione sia un .

Analisi attraverso intelligenza artificiale

Art Recognition ha impiegato diverse tecnologie, tra cui una Convolutional Neural Network (CNN) e un Vision Transformer with Shifted Windows (SWIN), per esaminare le specifiche della pennellata e i tratti caratteristici dell’artista. Il processo prevede la scansione dell’opera, suddividendola in “patch” e calcolando per ciascuna una percentuale di probabilità di falsità. Caterina Popovici, cofondatrice di Art Recognition, ha riferito che, nel caso specifico di Sansone e Dalila, la percentuale di probabilità di falsità supera il 91%. Non è attualmente noto se esista ancora un originale di quest’opera e in caso affermativo, dove possa trovarsi.

Dubbi sull’autenticità di Sansone e Dalila

L’opera ritrae Sansone addormentato con la testa sulle ginocchia di Dalila, evocando un episodio biblico in cui l’eroe è tradito. Da , esperti di Rubens sostengono che il dipinto acquisito dalla National Gallery sia in realtà una copia di un originale commissionato da Nicolaas Rockox. Si riporta che l’originale sia scomparso dopo la morte di Rockox nel 1640, portando l’opera ad essere attribuita a Rubens durante un’analisi nel 1929. Le discrepanze nei colori e nei dettagli rispetto a versioni ufficiali del dipinto hanno alimentato i sospetti sulla sua autenticità.

Dal ritrovamento di documenti nel 1960, si è che Ludwig Burchard, il ricercatore che ha attribuito l’opera a Rubens, era a conoscenza delle incertezze riguardo ad altre opere a lui assegnate. Tuttavia, non sono emerse certezze definitive riguardo a Sansone e Dalila, che ha fatto parte delle opere trattate da Christie’s prima di approdare alla National Gallery. La decisione di analizzare il dipinto utilizzando un sistema di intelligenza artificiale ha rivelato risultati che suscitano nuovi interrogativi sull’attribuzione del .

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L’aereo a Toronto si ribalta e tutti i passeggeri si salvano dall’incidente: le ipotesi

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Hanno avuto inizio le indagini ufficiali sull’incidente aereo a , verificatosi il 17 febbraio, quando un aereo Bombardier CRJ-900 in partenza da Minneapolis, operato da Endeavor Airlines, sussidiaria di Delta Airlines, si è ribaltato e incendiato durante l’atterraggio all’aeroporto internazionale Pearson. Fortunatamente, tutte le 80 persone a bordo sono state salvate, mentre i feriti ammontano a 18, di cui 3 in condizioni gravi. Le autorità hanno recuperato la scatola nera per analizzare i dati e ricostruire la causa e la dinamica dell’incidente. Un’ possibile riguarda la presenza di un microburst, una raffica di aria fredda discendente.

Dinamica dell’incidente

Osservando le riprese dell’atterraggio, si nota che l’aereo ha toccato terra in modo brusco, con un profilo orizzontale anziché inclinato. Questo suggerisce che non sia stata effettuata la manovra di flare, fondamentale per ridurre la velocità verticale prima del contatto con la pista. L’aereo ha toccato il suolo ad alta velocità, inclinato verso destra, e l’ala ha toccato terra, trascinandosi sulla pista per circa 3 secondi prima di ribaltarsi. Un atterraggio non simmetrico aver concentrato l’impatto su un carrello, destabilizzando l’assetto del velivolo.

Cause dell’atterraggio brusco

Le motivazioni alla base dell’atterraggio violento sono ancora oggetto di indagine. Un errore di manovra del pilota non può essere escluso, ma risulta improbabile data la procedura standard. Una possibilità concreta è che i piloti abbiano incontrato difficoltà a causa di improvvise raffiche di vento discendenti, note come microburst. Queste correnti, che si formano in presenza di nubi temporalesche, possono creare condizioni di atterraggio avverse, spingendo l’aereo verso il basso in maniera repentina e generando venti laterali capaci di destabilizzare il velivolo.

microburst
Dinamica di un microburst ed effetti su un atterraggio aereo. Credit: NOAA

Il rapporto meteorologico METAR parla di raffiche fino a 35 nodi, ossia 65 km/h, confermando che le condizioni erano al limite ma comunque entro i parametri operativi per l’atterraggio. Pertanto, un microburst potrebbe aver contribuito ai problemi di stabilità in fase di discesa.

Esito positivo dell’incidente

Nonostante la gravità dell’incidente, nessuna vittima è stata registrata. La fusoliera del velivolo ha resistito bene all’impatto, evidenziando la buona costruzione dell’aereo. Inoltre, il tempestivo intervento dei Vigili del Fuoco e la gestione delle operazioni di evacuazione da parte del personale di bordo hanno giocato un ruolo cruciale nel prevenire il peggio.

Procedure d’indagine in corso

Le indagini per l’incidente sono coordinate dalle autorità canadesi e statunitensi, con l’obiettivo di stabilire cause e dinamiche per adottare misure preventive future. Un rapporto preliminare sarà presentato entro un mese, integrando i dati raccolti dalla scatola nera, incluse le registrazioni audio della cabina di pilotaggio e le testimonianze dei piloti. Questo rapporto preliminare potrebbe fornire chiarimenti sull’incidente, con un rapporto ufficiale previsto entro un anno.

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Celle a combustibile alimentate da etanolo diretto.

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Le ad diretto (DEFC), acronimo di Direct Ethanol Fuel Cell, rappresentano una valida alternativa alle celle a combustibile con membrana a scambio protonico. Questa tecnologia si distingue per la maggiore densità energetica dell’etanolo, che supera quella dell’idrogeno, rendendola una promettente fonte di .

Caratteristiche delle celle a combustibile ad etanolo diretto

Le celle a combustibile ad etanolo diretto sono dispositivi elettrochimici progettati per convertire direttamente l’energia chimica contenuta nell’etanolo in energia elettrica. Questa energia elettrica può essere impiegata per alimentare dispositivi elettronici portatili, come telefoni cellulari e computer portatili.

Con l’accelerare dello sviluppo tecnologico contemporaneo, è aumentata la domanda di dispositivi elettronici portatili che richiedono un’alimentazione di alta potenza e una lunga durata. Di conseguenza, emerge la necessità di fonti di energia che soddisfino queste esigenze. Le celle a combustibile ad etanolo diretto hanno ricevuto notevole attenzione poiché si presentano come opzioni più valide rispetto alle celle a combustibile a membrana elettrolitica polimerica alimentate a idrogeno, grazie alla configurazione compatta e al funzionamento efficiente.

Potenzialità e sfide

L’etanolo è un biocombustibile prodotto principalmente attraverso la fermentazione di zuccheri e amidi derivati da coltivazioni agricole, come canna da zucchero, mais, patate e manioca. Recenti ricerche hanno cercato di individuare metodi di produzione sostenibile dell’etanolo utilizzando prodotti di scarto agricoli, evitando il consumo di risorse destinate alla produzione alimentare.

Le celle a combustibile ad alcol diretto (DAFC) si basano sull’ossidazione elettrochimica simultanea del combustibile all’anodo e sulla riduzione dell’ossidante al catodo. Negli ultimi due decenni, la ricerca si è concentrata su due tecnologie principali: celle a combustibile a membrana a scambio protonico (PEM), utilizzate in ambienti acidi, e celle a combustibile a membrana a scambio anionico (AEM), attive in elettroliti alcalini con trasmissione di ioni idrossilici.

Le celle a combustibile commerciali disponibili oggi utilizzano idrogeno come combustibile e ossigeno dall’aria come ossidante, richiedendo impianti complessi non ideali per dispositivi portatili. Al contrario, l’uso di combustibili liquidi a temperatura e pressione ambiente rappresenta un’opzione promettente per l’energia portatile, grazie alla sua capacità di funzionare a pressioni ambientali e alla facilità di stoccaggio.

Gli alcoli, in particolare, si sono dimostrati interessanti come potenziali combustibili liquidi per le celle a combustibile, poiché possono essere facilmente ossidati e presentano potenziali di riduzione comparabili a quelli dell’idrogeno. Tra questi, le celle a combustibile ad etanolo diretto e quelle a metanolo diretto differiscono per il modo in cui l’etanolo viene ossidato, limitando l’efficienza del dispositivo e la gestione della produzione energetica.

Un aspetto limitante delle celle a combustibile ad etanolo diretto è la permeabilità delle membrane agli alcoli, il cui fenomeno, noto come fuel crossover, influisce negativamente sulle prestazioni, riducendo la capacità di generazione di energia. Ulteriori sfide emergono dall’inefficienza della conversione dell’etanolo in composti a valore energetico elevato e dalla complessità nella progettazione dei sistemi.

Tuttavia, nonostante le complicazioni, le celle a combustibile ad etanolo diretto stanno guadagnando attenzione nel campo delle energie alternative, grazie ai progressi nella tecnologia delle membrane e nella gestione degli elettrocatalizzatori.

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Come è nato e quali caratteristiche ha il genere più popolare

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La musica pop rappresenta una celebrazione di un che ha radici profonde nella cultura musicale globale. Originariamente parte della popular music, la musica pop si è evoluta attraverso decenni di cambiamenti sociali e tecnici, dando vita a un fenomeno che ha influenzato non la musica, ma anche stili di vita e tendenze. Da artisti storici come i Beatles e Michael Jackson a figure iconiche come Madonna e Britney Spears, il pop ha saputo diventare un elemento di riferimento nel panorama musicale mondiale.

La nascita della musica pop

Il pop è un genere complesso da definire, in quanto condivide caratteristiche con altri stili musicali come il folk, il rock, l’elettronica e l’hip hop. Le sue origini risalgono ai primi decenni del ‘900, quando la musica cominciò a ricevere influenze da generi come il folk, il blues e il rock ‘n’ roll. Artisti come Robert Johnson e Woody Guthrie, insieme a icone del rock come Elvis Presley e Chuck Berry, hanno posto le fondamenta per quello che sarebbe diventato il pop moderno.

suonatore di banjo

La fusione di questi stili ha conferito alla musica pop caratteristiche peculiari: melodia orecchiabile, linguaggio semplice e ritmi facilmente memorabili. Questa semplicità ha reso la musica pop accessibile, diffondendosi rapidamente tramite radio e televisione. Con l’avvento dei Beatles, la musica pop ha iniziato a trascendere il mero genere musicale, divenendo un fenomeno culturale di massa, caratterizzato da canzoni melodiche e tematiche leggere.

beatles

L’evoluzione del pop negli anni ’60 e ’80

Negli anni ’60, la pop music si espande, conquistando un pubblico sempre più giovane anche grazie alle radio portatili. Questo decennio rappresenta una fase di grande sperimentazione e l’influenza di canali come MTV negli anni ’80 segna un nuova era. L’importanza dei videoclip aumenta, e artisti come Michael Jackson, Madonna e Prince combinano suoni innovativi con performances visive di grande impatto. Durante questo periodo, anche i fenomeni della dance pop e del funk pop iniziano a prendere piede grazie a Whitney Houston e Janet Jackson.

michael jackson

Il pop degli anni ’90 e 2000

Il decennio degli anni ’90 segna un ulteriore ampliamento del panorama pop, con boy band e girl band come i Backstreet Boys e le Spice Girls che dominano la scena. Generi dal latino come il reggaeton guadagnano visibilità grazie a artisti come Shakira e Ricky Martin. Il teen pop esplode con figure del calibro di Britney Spears mentre il pop-rock vede l’ascesa di Alanis Morissette e Green Day. Negli anni 2000, il pop si evolve ulteriormente, incorporando influenze più elettroniche e urban attraverso artisti come Beyoncé, Rihanna e Justin Timberlake.

Caratteristiche distintive della musica pop

Il genere pop si distingue per l’ di melodie semplici e strutture musicali immediate, con canzoni generalmente brevi. Queste presentano un’alternanza di strofa e ritornello, progettato per risultare facilmente memorizzabile. I ritmi ballabili e l’accompagnamento strumentale semplice sono elementi chiave nel rendere la musica pop accessibile e coinvolgente, mentre i testi affrontano spesso temi universali come l’amore, avvicinando il genere alle esperienze quotidiane del pubblico.

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Da opere reali a simbolo di integrazione

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La progettazione dei ponti rappresentati sul retro delle banconote in euro, introdotte nel 2002, non si basa su esistenti ma su opere concepite successivamente. Creati nel 2011 a Spijkenisse, nei Paesi Bassi, dal designer olandese Robin Stam nell’ambito del progetto Europonti (The Bridges of Europe), questi ponti immaginari simboleggiano la connessione e l’unità tra gli Stati membri dell’Unione Europea. Rappresentando ponti ispirati a diversi stili architettonici, l’Unione Europea ha evitato di favorire un singolo Paese, mantenendo un messaggio di apertura e cooperazione tra i popoli europei. Gli elementi grafici, presenti sia sul fronte che sul retro delle banconote, aspirano a evocare lo spirito di europea, con un focus sull’architettura come di evoluzione storica.

Le tipologie architettoniche di ponte raffigurate nelle banconote in euro

Le banconote in euro, pur rappresentando strutture non reali, hanno tutte caratteristiche credibili e realizzabili, con opere esemplificate già presenti in Europa e nel . Ciascuna tipologia di ponte segna periodi architettonici distintivi:

– Banconota da 5 euro: architettura classica (IV sec. a.C. – IV sec. d.C.)
– Banconota da 10 euro: architettura romanica (XI-XII sec.)
– Banconota da 20 euro: architettura gotica (XIII-XIV sec.)
– Banconota da 50 euro: architettura rinascimentale (XV – XVI sec.)
– Banconota da 100 euro: architettura barocca e rococò (XVII-XVIII sec.)
– Banconota da 200 euro: architettura ottocentesca (XIX sec.)
– Banconota da 500 euro: architettura novecentesca (XX sec.)

banconote euro Credit: Robert Kalina, CC BY–SA 3.0, via Wikimedia Commons.

L’architettura classica, romanica e gotica sulle prime banconote utilizza costruzioni in muratura con archi, evidenziando l’evoluzione delle tecniche costruttive. Le rappresentazioni rinascimentali e barocche mostrano ponti ad arco con geometrie più innovative, mentre le ultime banconote esprimono stili architettonici contemporanei, predominati da strutture in acciaio. Tuttavia, nessuna banconota presenta un ponte sospeso, nonostante l’uso diffuso di questa tipologia nel mondo.

Gli Europonti di Spijkenisse nei Paesi Bassi

Nel 2011, in Olanda, è avviato un progetto per realizzare le strutture illustrate sulle banconote, culminato nella costruzione di diversi ponti e passerelle pedonali a Spijkenisse, il cui design richiama le rappresentazioni artistiche delle banconote stesse. Riconosciuto come Europonti o The Bridges of Europe, il progetto è stato completato nel 2013 e rappresenta artisticamente il concetto strutturale delle banconote, sebbene con scelte costruttive pratiche differenti, come l’uso del calcestruzzo armato.

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Scoperta di una strana anomalia radioattiva nell’Oceano Pacifico, che potrebbe essere dovuta a eventi cosmici: le ipotesi

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Credits: NASA.

Un team di ricercatori tedeschi e australiani ha scoperto un misterioso accumulo di berillio-10, un isotopo radioattivo del berillio, in due zone dell’Oceano . Questa anomalia derivare da spiegazioni di natura geologica, climatica o astrofisica, legata a risalenti a circa 10 milioni di anni fa.

La scoperta dell’anomalia radioattiva: l’accumulo di berillio-10

Lo studio, pubblicato sulla rivista Nature communications, evidenzia come l’anomalia sia stata riscontrata in campioni prelevati dal fondale oceanico nel nord e al centro dell’Oceano Pacifico, databili a circa 10 milioni di anni fa. In questi campioni, la concentrazione di berillio-10 risulta essere doppia rispetto a quanto atteso. Le cause più plausibili, secondo i ricercatori, potrebbero essere di natura terrestre, come una variazione delle correnti oceaniche, oppure di origine astrofisica, a causa di un aumento dei raggi cosmici provocato dall’esplosione di una supernova. Il berillio-10 è generato dall’interazione dei raggi cosmici con l’ossigeno e l’azoto atmosferico. Per determinare la causa specifica, i ricercatori intendono analizzare ulteriori campioni e sollecitare altri gruppi di ricerca a condurre studi approfonditi.

Le possibili spiegazioni dell’accumulo di berillio-10 nell’Oceano Pacifico

L’articolo discute due principali spiegazioni per l’accumulo osservato di berillio-10. La prima riguarda un cambiamento significativo delle correnti oceaniche vicino all’Antartide avvenuto tra 10 e 12 milioni di anni fa, il quale potrebbe aver portato a una distribuzione non uniforme del berillio-10 e a un accumulo nella zona dell’Oceano Pacifico. La seconda spiegazione è di natura astrofisica. Gli scienziati ipotizzano che circa 10 milioni di anni fa una stella di massa superiore alle 8 masse solari possa essere esplosa come supernova, generando un gran numero di raggi cosmici. Se l’esplosione fosse avvenuta sufficientemente vicina alla Terra, il flusso di raggi cosmici in aumento avrebbe potuto causare un incremento nella produzione di berillio-10 attraverso la sua interazione con l’atmosfera.

Un’altra spiegazione astrofisica suggerisce che il nostro Sistema Solare avrebbe attraversato una nube interstellare di gas denso e freddo, modificando l’eliospira, la regione influenzata dal Sole che protegge il pianeta dai raggi cosmici esterni. La diminuzione di questa protezione potrebbe aver portato a un aumento dei raggi cosmici e, di conseguenza, a un incremento della produzione di berillio-10 nell’atmosfera.

Con un approfondimento delle cause dell’anomalia, si potrebbe contribuire a ricostruire eventi significativi della del nostro pianeta.

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Il nuovo bollettino INGV sui Campi Flegrei è stato pubblicato: ecco cosa riporta

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Credit: INGV.

Il 18 febbraio 2025, l’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia (INGV) ha pubblicato un nuovo bollettino settimanale riguardante i Campi , in un contesto caratterizzato da uno sciame sismico che ha comportato scosse di terremoto di magnitudo fino a 3.9, avvertite anche a Napoli. Il documento riporta i risultati dei monitoraggi effettuati negli ultimi sette giorni, evidenziando eventuali criticità. Si nota un incremento del numero di , tuttavia non sono stati riscontrati parametri che possano indicare un’imminente eruzione. Come affermato nel bollettino:

Sulla base dell’attuale quadro dell’attività vulcanica sopra delineato, non si evidenziano elementi tali da suggerire significative evoluzioni a breve termine.

Attività sismica

Dal 10 al 16 febbraio 2025, nell’area flegrea sono stati registrati 335 terremoti con magnitudo superiore a 0.0. La maggior parte delle scosse non è stata avvertita dalla popolazione, ma dagli strumenti. Alcuni sismici hanno raggiunto magnitudo significativa, come quelli di magnitudo 3.9 del 16 febbraio, verificatisi alle ore 14:30 e alle 23:19.

Deformazione del suolo

Nel periodo che va dalla metà di aprile a luglio 2024, il sollevamento bradisismico ha registrato valori di circa 20 millimetri al mese, diminuendo successivamente a un valore circa dimezzato. Negli ultimi giorni precedenti allo sciame sismico, si è osservato un sollevamento compreso tra 0,5 e centimetro, ma sarà necessario attendere le prossime settimane per determinare se questa tendenza si stabilizzerà.

Geochimica delle fumarole

Un ulteriore aspetto analizzato nel bollettino riguarda la geochimica delle fumarole, per la quale attualmente non si segnalano variazioni significative rispetto ai dati precedenti. Il trend generale mostra un riscaldamento e una pressurizzazione continua del sistema idrotermale.

Per ulteriori dettagli sui Campi Flegrei, è disponibile un video ad hoc sull’argomento:

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